Ecco ci risiamo… ogni due, tre mesi esce fuori una notizia e ci si ritrova a parlare del solito problema: il riconoscimento della nostra professione/professionalità. Ebbene sì, fare il grafico è una professione, anche se la maggior parte delle istituzioni sembra ignorarlo.

L’ultima beffa arriva dal Comune di Roma, dove pochi giorni fa, un consigliere della commissione per lo sport, pubblica un post su facebook nel quale invita un “grafico (volontario)” (cit.) a lavorare pro bono allo sviluppo di una serie di pittogrammi per gli impianti sportivi del comune. Per i non addetti ai lavori: sviluppare una serie di pittogrammi è un progetto assai complesso e impegnativo che richiede molte ore di lavoro. Per fortuna il consigliere si ravvede, cancella il post, si scusa con la comunità dei grafici e… stiamo a vedere che succede.

Il punto è che di nuovo veniamo trattati da hobbisti. Perché? Molte volte ho cercato di trovare una risposta a questa domanda, per mettermi l’anima in pace, ma ancora non ne ho trovata una che mi soddisfi veramente.

Si tratta forse di un problema culturale? Le istituzioni ignorano l’esistenza o l’importanza della comunicazione visiva? Che fine ha fatto la cultura del progetto? Gli italiani sono fermi al secolo scorso in tema di gusto? Oppure è un problema di competenze che non ci vengono riconosciute? Forse facciamo un lavoro che tutti pensano di poter fare? Perché spunta sempre fuori un cugino o un nipote che può fare la stessa cosa a un prezzo inferiore? Che valore hanno le ore passate a studiare, a leggere, a progettare? E i soldi spesi in hardware e software?

Insomma quando mi fermo a pensare al perché, mi vengono in mente così tante domande che alla fine getto la spugna.

Agli interlocutori come quelli delle istituzioni, sento di dover puntualizzare l’ovvio, cioè che per il grafico, come per tutte le professioni, ci sono dei costi di gestione (e non voglio menzionare le tasse). Quando la mattina accendo il computer, sostengo dei costi che sono, tra gli altri:

  • Corrente elettrica
  • Hardware: computer, tablet, smartphone, stampante e consumabili
  • La connessione internet: non ho il top di gamma, ma non posso neanche avere una connessione a 56k!
  • I programmi per lavorare: è vero, esistono programmi open source per la grafica completamente gratuiti, ma lo standard del settore è un altro, e raccordarsi con collaboratori e fornitori sarebbe quantomeno articolato. Per chi non lo sapesse, questi programmi non si possono acquistare, ma solo affittare pagando un canone mensile
  • Le immagini: è impensabile lavorare solo con immagini gratuite, occorre acquistare le immagini dalle banche immagini o commissionare scatti professionali ad un fotografo almeno per i lavori più importanti
  • I font: è impensabile lavorare solo con font gratuiti che spesso sono limitati come numero di caratteri, hanno spazi anomali tra le lettere, mancano numeri o punteggiatura, ecc. Ok, che pretendi? Sono gratuiti e vanno bene così. Per progettare un font possono volerci mesi, perfino anni; mi sembra corretto comprarli, anche se dispendioso
  • L’aggiornamento professionale: è indispensabile. Ognuno risolve a proprio modo, io ho un abbonamento ad una piattaforma di e-learning per creativi
  • Il mio sito: impossibile non averne uno

Accettare di lavorare gratis, senza neanche un rimborso spese, significa quindi pagare per lavorare ed è inaccettabile, ancora di più se a chiedertelo è un’istituzione che dovrebbe dare il buon esempio e rispettare il lavoro, visto che, come scritto nella nostra costituzione, “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” e non sullo sfruttamento, che qualcuno osa chiamare volontariato, mentre qualcuno che si sente più cool lo chiama crowdsourcing.

Chiudo con un pensiero amaro, perché, a dirla tutta, la comunità dei grafici è una di quelle con il maggior numero di impreparati, improvvisati, imparentati e noi, come categoria, non abbiamo trovato ancora un modo per difenderci dallo svilimento professionale che questo comporta.

E voi cosa ne pensate? Avreste accettato la proposta del consigliere per avere “visibilità”?